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La rivoluzione pink del Negroamaro

Una straordinaria masterclass dedicata ai rosati salentini, con la Master of Wine Elizabeth Gabay  e una serata glamour, per celebrare  il nostro vitigno storico con la decima edizione del Premio Terre del Negroamaro.

Il cielo è rosa sopra Guagnano. Anzi su ogni luogo benedetto da Sua Maestà il Negroamaro. Purché in versione pink.

Se fino ad oggi, infatti, è toccato ai rossi da Negroamaro (con i colleghi da Primitivo) fare “il lavoro sporco” e cambiare la storia, conquistando anche i palati snob habitué di etichette ben più blasonate – palati forse ignari che quel nobile contenuto custodisse una buona parte di nettare proveniente proprio dalle uve cariche di antociani e di grado alcolico del nostro vitigno –  ora tocca ai rosati portare a termine il capolavoro e rendere giustizia finalmente ad un vitigno unico: come direbbe Giuseppe Baldassarre, “il più versatile tra i vitigni pugliesi”.

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La masterclass organizzata nella piazza centrale di Guagnano

Non che sia impresa facile, sia chiaro. Il rosato sconta ancora una certa confusione: considerato per troppo tempo un mix fra vino rosso e bianco  e per molti addirittura (sentito con le mie orecchie!) “né carne, né pesce”.

Un velo pietoso, please?

Ma da tempo (vivaddio) è partita la riscossa dei produttori: complice un rinnovato sentimento di orgoglio identitario per le radici ca tieni, oggi praticamente non c’è cantina salentina che non abbia in produzione un rosato. D’altronde il rosato è il vino del Salento: era il vino dei nonni.

Imbevibile, quello. Così è almeno nella mia memoria di ragazzotta di qualche annetto fa, quando non c’era famiglia che non si facesse il suo “vin du garage”, nel senso più letterale: garage e rimesse attrezzati a luoghi di vinificazione dove si faceva fermentare il mosto, senza tanta cura per pulizia e temperature, lasciando “affinare” il vino nelle damigiane. Che poi veniva consumato con orgoglio (talvolta imposto con rassicurante determinazione: “Assaggialo, è buono” 😳), e servito nella calura degli interminabili pranzi estivi in brocche traboccanti di ghiaccio. Questa è la mia memoria, perlomeno.

Ora che i nonni o i padri ultraottantenni non vinificano più, ci hanno pensato i nostri produttori a recuperare, facendo dei rosati veri capolavori, una tipologia enoica antichissima.

Che ha entusiasmato Elizabeth Gabay, Master of Wine esperta di vini rosati, autrice del libro “Rosé: Understanding the pink wine revolution”, ospite qualche giorno fa a Guagnano, occasione il Premio Terre del Negroamaro, per dirigere una masterclass sui rosati salentini su invito di Davide Gangi, direttore di Vinoway.com, che ha avuto il compito di organizzare un’edizione di respiro più internazionale.

Gabriele Pezzuto, Elizabeth Gabay, Davide Gangi e Giuseppe Baldassarre

Il rosato, dunque, vino destinato ad essere rivoluzionario di suo? A ribaltare i paradigmi canonici? Può essere. “Non è bianco, né rosso”. OVVIO: È ALTRO. È ROSATO, APPUNTO.

La terza via del gusto enologico? Perché no. A volte può sembrare che si spinga di più verso un rosso, per complessità e struttura, altre volte si avvicinerà di più a un bianco, per freschezza e acidità, ma il rosato è il rosato. Punto.

Una possibilità in più, una chance, una scelta ulteriore. Partire da questa semplice prospettiva, che apre a mille e più opportunità, mi sembra un buon inizio. Che può essere rivoluzionario.

Una masterclass di respiro internazionale, dunque, per la presenza della Gabay (accompagnata nella descrizione dei 18 vini in assaggio dal sempre bravissimo Giuseppe Baldassarre, AIS) ma anche per i giornalisti ospiti mescolati nel pubblico, ovvero Paul Balke e Katarina Andersson, che hanno arricchito con le loro osservazioni un incontro strepitoso. A due passi da casa.

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Diciotto rosati da altrettante cantine del Salento, diciotto espressioni diverse, diciotto sfumature differenti di rosa come in una splendida mazzetta Pantone e una profluvio di sentori che spaziavano dal floreale al fruttato, con qualche fuga qua e là agrumata e salmastra (“Ma anche l’oleandro, eh?”. Mitico professor Baldassarre, unico nel far percepire al naso note sconosciute ai più 😎)

Unico comune denominatore il Negroamaro

 

Sì, lo ammetto, sono un po’ di parte, innamorata come sono di questo vino. E rimpiango i tempi, in fondo non tanto lontani, del Concorso Nazionale dei Rosati – al quale ho avuto l’onore di contribuire in piccolissima parte – ideato e organizzato da quel politico “unconventional” che è Dario Stefàno da assessore regionale all’Agricoltura (oggi Senatore della Repubblica). Salentinissimo, ovviamente, e autore della legge sull’enoturismo, guarda un po’. Concorso dalla vita breve, troppo breve. Ma questa è un’altra storia.

Durante la masterclass ne abbiamo assaggiati dunque diciotto, di rosati, uno diverso dall’altro, ma per comodità di racconto li raggruppo in due categoria: “moderni” e “tradizionali”.

Secondo Gabay, il nostro rosato deve essere facilmente riconoscibile, e quindi deve conservare la sua identità: colore scuro, profumi intensi, lasciando ad altre aree risultati dai colori più sfumati.

(Spoiler: parere personale!) Io però trovo intriganti le interpretazioni di alcuni produttori, dal colore sì tenue, che a me piace molto, ma che non smorza la ricchezza olfattiva e la grande acidità di cui è capace il Negroamaro.

Che poi, cos’è la tradizione? E l’identità? O la tipicità? È il Negroamaro. E il rosato ne è (una) espressione, che a sua volta può essere interpretata con stili diversi.

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Adamo. Dal sito di Renato Buttazzo

Prendiamo la pietra leccese, ad esempio, marchio di fabbrica dell’architettura e dell’artigianato salentini: potremmo dire che solo i ghirigori del barocco siano l’espressione tipica, più tipica che si può, del Salento?

O, forse, sarebbe più corretto dire che il barocco è stato uno stile, un’interpretazione delle possibilità espressive di quella pietra?

Altrimenti oggi non apprezzeremmo – per esempio – un artista quale Renzo Buttazzo

(“Il suo è un percorso lungo, di studio attento del materiale e della forma naturale, di sperimentazione dedicata all’anima della pietra e al suo pulsare primitivo.”).

Ecco. È l’arte, bellezza.

E non è anche il vino espressione del genio artistico di cui è capace l’uomo?

E allora a me piace pensare che i rosati, tutti, amplino il ventaglio di scelta, di gusto, di preferenze, e anche di abbinamenti al cibo. Prendi ad esempio i piatti della tradizione salentina, non sempre dalla struttura e complessità tale da richiedere un rosato tradizionale, che richiama spesso corpo e struttura di un rosso.

È chiaro che se ho davanti a me una parmigiana di melanzane, alzo le mani come nel dipinto di Goya con i soldati di Napoleone.

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3 maggio 1808, Francisco Goya

Lì ci va tutto un rosato tradizionale, come pure con i “pezzetti di cavallo” o con la “Pitilla” (o Pirilla, Simeddhra, Brocula e Frizzulu), specie nelle varianti super condite con cipolle, pomodori, peperoni e altro ben di Dio.

Ma se sto mangiando una taieddhra – paradisiaco piatto con riso, patate e cozze – a mio avviso una versione più moderna del rosato si sposa meglio, perché sa accompagnare lasciando il posto d’onore al cibo, facendoti pensare che sì, potresti non fermati più. Che sì, continueresti a mangiare e a bere. All’infinito.

Lo stesso dicasi per la zuppa di pesce alla gallipolina, per la pitta di patate e la friseddhra. O la pizza con mozzarella e basilico. Provare per credere.

Ovvio, è SOLO il mio parere.

Ecco i vini degustati

I “MODERNI”

 

Tra i più “moderni” sicuramente il “Rose” di Claudio Quarta Vignaiolo (Negromaro 100%) “sorprendente per essere un vino del Sud” (cit. Gabay) per freschezza e acidità. Naso ricco e una intrigante nota salmastra;

e il “Calafuria” di Tormaresca, sempre un Negroamaro 100% che rivela fra le note aromatiche vaghi sentori di capperi, con una bella freschezza e finezza.

Nella categoria rientrano anche il “Melarosa” di Cantina Due Palme, spumante metodo Charmat che svela la delicatezza di cui può essere capace il Negroamaro, e il “None” di Tenuta Marano, intrigante col suo bouquet fruttato di fragole e lamponi ( e di oleandro!)

Poi, come non considerare una versione moderna della tradizione il “Girofle” di Garofano? Severino Garofano, il celeberrimo enologo papà di Renata e Stefano, produttori in quel di Copertino, fu il primo a capire le potenzialità del Negroamaro, sia nei rossi, che ha di fatto rivoluzionato, che nei rosati. Eleganza e complessità per il “Girofle”: agrumi e spezie arricchiscono il bouquet floreale. Avvolgente ed equilibrato, grande freschezza, sapidità nel finale e persistenza.

 

Ancora: “Anticaia” di Cantina San Donaci (Negroamaro 90% Malvasia nera 10%), che esprime i profumi floreali tipici del Negroamaro affiancati da quelli fruttati che si spingono fino alle spezie, con una rotondità data dalla Malvasia nera. Grande equilibrio fra morbidezze e durezze;

il “Kreos” di Castello Monaci (Negroamaro 100%): sapido, con una nota leggermente amarognola (rabarbaro, erbe aromatiche, macchia mediterranea);

il “Grecìa” di Paolo Leo, sempre un 100% Negroamaro: tutta la grazia di cui è capace il vitigno. Belle le note agrumate del pompelmo che si accompagnano ai fiori. Fresco e sapido.

In ultimo, il “Rohesia” di Cantele (Negroamaro in purezza), che come suggerito da Umberto Cantele si potrebbe considerare il rosato del “Teresa Manara”, perché fatto con le stesse uve, provenienti da vecchi alberelli. Grande finezza, con il pompelmo rosa e la melagrana che si aggiungono ai classici aromi fruttati. Note speziate e coda appena appena amarognola.

I TRADIZIONALI

 

E veniamo alle versioni più classiche dei rosati salentini: certamente “Le Pozzelle” di Candido (Negroamaro 95% Malvasia nera 5%): struttura, avvolgenza per un vino “lungo” e importante, in cui spiccano acidità e il finale amarognolo tipico del Negroamaro;

il “Venus” di Conti Zecca (70% Negroamaro, 30% altri): toni agrumati, sapidità, finale amarognolo, freschezza, grande nota fruttata e sapidità;

il “Rosarò” di Feudi di Guagnano (100% Negroamaro), con la sua (insolita per i rosati) nota tannica che lo rende importante. Complessità olfattiva che dal floreale si allarga al fruttato;

il “Tenuta Paraida” di Marulli: ancora un Negroamaro in purezza con un naso gentile di frutti e fiori. Avvolgente ed elegante.

Nota salmastra che ne esalta acidità e sapidità per l’ “Altura” di Leuci, un Negroamaro 100% che si spinge marcatamente verso i rossi, già all’olfatto con la liquirizia e la frutta secca. Avvolgente con una grande componente di sapidità, tanto che Gabay ha parlato di gusto “umami”.

Infine due rosati da Negroamaro in purezza, che sono stati definiti particolarmente “gastronomici” nel senso di naturale abbinamento ai piatti importanti locali: l’“Esprà” di Francesco Taurino (note speziate, erbe aromatiche, quasi balsamiche, ma anche ciliegia e mandorla; rotondo, ma con una bella acidità), e lo “Scaloti” di Cosimo Taurino, che prende il nome dalla contrada in cui si trovano gli alberelli di Negroamaro. Bouquet ampio e bella acidità.

“FUORI CATEGORIA”

Sempre secondo il giudizio della sottoscritta, due vini da Negroamaro 100% che rendono bene il senso della sperimentazione dei produttori salentini:

il “Mamarosa” di Perrone, colore rosa salmone per una spiccata aromaticità olfattiva che rivela note diverse dalle tipiche del vitigno, mela cotogna, rosa e persino gelsomino. Acidità meno marcata, dovuta alle uve stramature vendemmiate a fine settembre. Per Gabay (che ha definito il produttore “un pazzo”) un outsider che ricorda i vini del Sudafrica.

Infine il “Diciotto Fanali” di Apollonio: un rosato longevo (noi abbiamo assaggiato un 2015) che regge bene l’evoluzione (anche dieci anni secondo Gabay) grazie al passaggio in legno, che conferisce una complessità inconsueta: china e rabarbaro per un naso da rosso e un corpo importante. Avvolgente, vellutato, vena tannica, con chiusura amarognola di buccia d’ arance. Perfetto per le lunghe conversazioni 😎

Due serate indimenticabili

Esperienza bella, ricca di contenuti e stimolante, che desidero ritenere preludio a tanti ulteriori futuri e sempre più numerosi riconoscimenti che i nostri rosati e i nostri produttori meritano.

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Serata resa ineccepibile dai bravissimi sommelier Ais di Lecce

Il premio è volato poi alla serata successiva con la consegna delle targhe a personalità illustri del mondo enologico: Riccardo Cotarella, Giuseppe Baldassarre e la “coppia di fatto” (proprio come io e te, Le ❤!!!! ) Marcello Masi e Rocco Tolfa: un onore per me e per Leda consegnare il premio ai “Signori del Vino”.

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Eccoci sul palco, con Rocco Tolfa, Marcello Masi, Davide Gangi e Barbara Politi, molto brava a condurre la serata
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2 commenti su “La rivoluzione pink del Negroamaro

  1. lizgabay

    Great review of the tasting, thank you very much

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