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Settantacinquesimo anniversario di un vino che ha scritto la storia: Mr “Five Roses”

Settantacinque primavere e non sentirle affatto. Per la precisione settantacinque vendemmie, settantacinque annate di un vino che, sì, ha scritto la storia dell’enologia italiana e del Salento che, a titolo, ambisce ad essere definita LA terra dei rosati.

Merito di un primato tutto salentino, divenuto l’emblema della Leone De Castris, la più antica azienda vitivinicola pugliese, nata nel lontano 1665 per mano di Oronzo Arcangelo Maria Francesco dei Conti di Lemos, nipote di due viceré spagnoli in Italia, ammaliato dalle fertili terre salentine. E come dargli torto?

Correva l’anno 1943 e sullo sfondo degli ultimi echi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, prende forma un progetto destinato a segnare i destini e i successi enologi della Puglia che verrà: nasce il Five Roses, il primo vino rosato ad essere imbottigliato e commercializzato in Italia e da subito esportato negli Stati Uniti.

La storia – si studia sui manuali di sommellerie di tutta Italia ma dovrebbe essere materia da sussidiario già nelle scuole elementari –  è Storia:  esisteva nel feudo di Salice Salentino, terra di rossi robusti, la contrada “Cinque Rose”, così chiamata perché per molte generazioni tutti i Leone de Castris avevano avuto cinque figli.  Il nome di quella contrada tornò utile quando, sul finire della guerra, il generale Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle Forze Alleate dopo essere stato governatore dello Stato di New York, chiese ai Leone De Castris una grossa fornitura di vino rosato, fatto con le uve di quel feudo benedetto dal sole.  Poletti, voleva sì un vino italiano, ma dal nome americano, dovendolo appunto spedire oltreoceano, la soluzione facile facile fu quella di tradurre il nome di quella fortunata contrada: “Five Roses”.

Parte da lì la lunga dinastia dei rosati pugliesi, anzi del Salento, regno di un vitigno unico, il Negromaro, capace di esprimere eleganza e suadenza nella sua versione rosata. Oggi non c’è cantina salentina che non abbia in produzione almeno un rosato da Negroamaro, divenuto simbolo ormai internazionale del gusto e della cultura di questo pezzo di Puglia.

Riccardo Cotarella e Piernicola Leone de Castris

Eppure quell’idea non fu apprezzata subito in patria, anzi fu ritenuta una stravaganza dell’azienda che non avrebbe avuto successo e invece proprio grazie a quella etichetta la Puglia è oggi la “mamma” dei rosati”: parola dell’enologo Riccardo Cotarella, in occasione della festa per il 75° anniversario dell’etichetta, qualche giorno fa a Salice.

Un’occasione per degustare la nuova annata 2018 del “Five Roses 75° Anniversario” e per una rarissima verticale di Metodo Classico rosato da uve da Negroamaro in compagnia del racconto tecnico di Cotarella.  Con l’amministratore delegato dell’azienda Piernicola Leone de Castris tutto lo staff, insieme al nuovo enologo Matteo Esposito – che ha preso il posto di Marco Mascellani, trasferitosi a Cantine Menhir-  sotto la supervisione di Riccardo Cotarella, consulente aziendale della cantina.

Five Roses 75° Anniversario Rosato IGT Salento

Negroamaro (80%) e Malvasia nera di Lecce (20%) da alberelli di 50 anni. Colpisce subito il colore che dai toni tradizionalmente più carichi vira verso una nuance più delicata, più “contemporanea”, con bei riflessi velo di cipolla. Rimane intatta l’impronta “meridionale” del naso, con un potpourri di fiori e frutti rossi, e soprattutto del gusto intenso, saporito e salato.

I Metodo Classico

Vini che nascono due volte, come li ha definiti Cotarella, prima come vino base e poi con la rifermentazione in bottiglia. La mini verticale di Metodo Classico da uve Negroamaro ha regalato non poche emozioni: si è partiti dal più giovane Five Roses Metodo classico 2015 Salice Salentino  Doc Brut Rosè, per degustare poi i Five Roses Anniversario Metodo Classico 2013 e 2010 (quest’ultimo in formato magnum) in un  crescendo di sensazioni suadenti modulate dalla diversa permanenza sui lieviti per 30, 48 e 72 mesi.

Nei calici, prodigio dell’enologia, si sente tutta la “salentinità” possibile: il sole, il mare, anzi i mari, i terreni ricchi e la storia millenaria di un vitigno arrivato nel Salento non si sa come ancora con precisione. Ma per fortuna ci è arrivato. E pazienza se è solo storia recente il meritato successo dei nostri vini nel mondo. L’importante è aver imboccato la strada giusta.

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